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2007/5/14 Un bel po' di tempo fa ho comprato un libro (per capirci, il prezzo è in lire), e come spesso mi succede, ho cominciato a leggerlo più volte, abbandonandolo invariabilmente dopo alcune pagine; finché non è arrivato il suo momento, la settimana scorsa, e l'ho cercato tra i miei libri perché dovevo leggerlo, finendolo nel giro di pochi giorni (sono arrivato al punto in cui mi dispiaceva uscire di casa perché dovevo smettere di leggere). Il libro in questione si chiama L'Uomo nell'Alto Castello (The Man in the High Castle, ma in italiano è pubblicato come La Svastica sul Sole, e su questo mi piacerebbe avere delucidazioni da chi l'avesse letto in traduzione, visto che nel libro non mi pare ci sia alcun passaggio da cui possa originare questo titolo), di Philip K. Dick. La storia si svolge più o meno nella nostra epoca (il libro è del '62, ma ambientato in un futuro prossimo), negli Stati Uniti occidentali, che sono sotto il dominio del Giappone perché la seconda guerra mondiale è stata vinta dall'Asse; in questo scenario seguiamo le storie di diversi personaggi, americani, giapponesi, tedeschi, che si intrecciano tra di loro in modo sempre più fitto e imprevedibile. Tutte queste storie sono, a vario titolo, attraversate da due libri: l'I-Ching, il Libro dei Mutamenti da cui i personaggi traggono ispirazione, consiglio, e a cui si aggrappano per dare un senso alle proprie esistenze, e un libro che si intitola The Grasshopper Lies Heavy (che mi piacerebbe sapere come sia stato tradotto in italiano: è una citazione dall'Ecclesiaste, che si traduce con "la cavalletta giace pesante", nel senso di "la cavalletta costituisce un peso notevole", ma anche "la cavalletta è schiacciata da un peso"; per quello che capisco dalla mia Bibbia è una metafora del peso della vecchiaia); questo libro è un best seller e un caso letterario, la cui diffusione e lettura è vietata nel Reich, perché racconta di un mondo in cui l'Asse ha perso la guerra. All'inizio del libro siamo catapultati senza preavviso in questo strano mondo capovolto, dove i gesti più banali sono bizzarri (dato che il modello di riferimento non è più l'America bensì il Giappone), a cui ci abituiamo a poco a poco, fino a trovarlo tutto sommato comprensibile, per poi scoprirlo remoto, alieno, ma allo stesso tempo così simile al nostro da esserne più un riflesso, un doppio, che un capovolgimento. Non voglio scrivere di più per non rovinare il piacere di un libro affascinante, sfuggente e un po' inquietante. Buona lettura. 2006/11/24 Molto tempo fa, nel Natale 2001, Giuliana mi ha regalato un quadernetto con la copertina rossa su cui aveva incollato un quadro di Monet stampato col computer, che s'è tutto ingiallito ormai, acquisendo un fascino tutto nuovo, che forse non sarebbe spiaciuto a Monet stesso. In questo quaderno sono raccolte diverse citazioni, che ne occupano più o meno il primo terzo, con l'invito a riempirlo io. Non l'ho riempito, ma l'ho letto e lo leggo, pur non amando in modo particolare l'idea di citazione. Si capisce molto di una persona, dalle cose che la colpiscono: tutto sta a capire perché una cosa colpisca. E questo è l'antefatto. In questi giorni ho ripreso in mano il volume I Nostri Antenati (naturalmente prestatomi da Giuliana), che raccoglie tre romanzi di Calvino: Il Visconte Dimezzato, Il Barone Rampante, Il Cavaliere Inesistente. Giuliana me l'aveva prestato perché leggessi quest'ultimo, ma siccome non avevo letto nemmeno Il Barone Rampante, ne ho approfittato. Con molto comodo, visto che questo prestito risale come minimo a un anno e mezzo fa. L'avevo iniziato a suo tempo, in realtà, ma non so perché non è riuscito a prendermi, o io non mi sono fatto afferrare; insomma, l'ho abbandonato dopo poco. Per riprenderlo due giorni fa e finirlo oggi. Le citazioni non mi piacciono granché, ma con uno slancio di esemplare coerenza ve ne propino una, proprio dal Barone Rampante, che m'è piaciuta molto. Buona lettura, e se non avete letto il romanzo procuratevelo, ne vale la pena. Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s'era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così.
(da Il Barone Rampante di Italo Calvino edizioni Oscar Mondadori)
2006/5/13 Era da un po' che non scrivevo di libri di poesie comprati questo Natale (sono quasi finiti, giuro). Quello di cui vi scrivo oggi l'ho citato di sfuggita nell'intervento sul verso misurato: Opera sull'Acqua, la prima raccolta di poesie di Erri De Luca. In quell'intervento citavo lo stesso autore, perplesso di fronte alla natura di prosa mascherata di queste poesie; c'è del vero in quella considerazione (del resto lo saprà pur bene lui che le ha scritte), c'è un'aria di sintesi forzata in alcune di esse, come di qualcosa di grande forzato in un piccolo spazio. Qui di seguito riporto un esempio tratto dalla prima parte della raccolta, l'Opera sull'Acqua vera e propria, in cui si vede anche l'ispirazione biblica che permea un po' tutta la raccolta. Si intitola L'Asciutto. E nel secondo giorno si ruppero le acque per fare posto al cielo. L'universo era liquido, fu diviso in due, un sopra e un sotto di acque, col firmamento in mezzo. L'ossigeno si sciolse dalla doppia mandata dell'idrogeno, nella nebbia si mischiò all'azoto e si dischiuse in gas dell'aria, in sostanza di cieli. Le acque si ammassarono in recinti, venne a vista l'asciutto e fu chiamato terra. E su di essa l'albero s'abbevera, galleggia, e brucia quanto un uomo. E sulla terra nuvole, ghiacci, nevi, arcobaleni, stagni, paludi, laghi, pozzi, cisterne, canali, vasche, invasi, fonti, torrenti, terme, e preghiere a benedire l'acqua.
(da Opera sull'Acqua e altre poesie, di Erri De Luca, Giulio Einaudi Editore)
È abbastanza chiaro che non si tratta di testi nati in prosa e poi convertiti in poesia, e tuttavia questi versi della prosa hanno il respiro (direi in senso fisico: leggeteli ad alta voce per rendervene conto). La seconda parte della raccolta ospita poesie sulla guerra, sulla Bibbia, sull'arrampicata; come quelle della prima parte, tendono al passo della prosa. Tra tutte ne ho scelta una, però, che forse è più vicina ai ritmi veri e propri della poesia; si intitola Tu. Una parola basta e mi strappi dei gridi, mi toccherai, uscirà pronto il sangue, mi guarderai, sarò subito cieco. Sei affanno, agguato, zuffa appena che respiri. Se mi arrocco in difesa nell'inverno, negli anni, al petto conto i colpi di un passero impazzito che sbatte ai vetri per uscire incontro.
(da Opera sull'Acqua e altre poesie, di Erri De Luca, Giulio Einaudi Editore)
In ultima analisi direi che questa tendenza alla prosa dei versi raccolti sia uno dei loro punti di forza, una caratteristica che si fonde benissimo con la vastità dei riferimenti precisi, dettagliati che li costellano, alla Bibbia, ai luoghi del mondo, agli eventi della storia. Decisamente da leggere. 2006/4/19 Negli ultimi tempi ho sentito la necessità di aggiornarmi sul panorama della poesia italiana contemporanea: per questo motivo gli ultimi due libri di poesie che ho comprato sono stampati nel 2006. Il primo di questi, quello di cui vorrei scrivervi oggi, si intitola Ultimi Versi, e raccoglie gli ultimi lavori del poeta Giovanni Raboni e le poesie scritte dalla sua compagna, Patrizia Valduga, durante la malattia che l'ha portato alla morte. Il libro si compone di tre parti: la prima raccoglie delle poesie scritte da Raboni dal 2001, sull'ascesa politica di Berlusconi; la seconda raccoglie delle brevi prose, direi degli aforismi, e poesie che meditano sulla vita e sulla sua fine; l'ultima parte è scritta da Valduga, e raccoglie i versi scritti durante l'ultima degenza di Raboni. A mio parere le parti più forti del libro sono la seconda (soprattutto) e la terza, soprattutto perché la poesia politica ha, io credo, due difetti fondamentali: è parziale (ma questo, nel caso specifico non è un problema, visto che siamo d'accordo), ma più che altro in questo genere di poesia la forma è schiacciata dal contenuto, finendo col somigliare molto alla prosa. Ovviamente è un mio parere. La seconda parte, soprattutto negli aforismi, è illuminante; eccone un esempio: Nei giornali di oggi, servizi sulla scoperta del gene della longevità da parte di un gruppo di scienziati americani. Sembra che uomini e donne potranno un giorno disporre di una vita lunghissima, ultrasecolare. Mi sembra legittimo chiudersi (ma negli articoli che ho letto nessuno se lo chiede): per farne che cosa?
(da Ultimi Versi, di Giovanni Raboni, edito da Garzanti)
E poi c'è la terza parte, quella scritta da Patrizia Valduga: in questo caso si tratta di poesie che sono in realtà un incrocio tra una preghiera e un incantesimo (e qualcuno di mia conoscenza direbbe che in fondo sono la stessa cosa), che devono essere lette a voce alta per essere colte in tutta la loro forza: Con il cuore in ginocchio, così prego: Dio mio compensa, Dio mio ricompensa. Io ti prometto, faccio questo voto. Dio mio compensa, Dio mio ricompensa. Alza il voltaggio, tu sai come, svèglialo. Dio mio compensa, Dio mio ricompensa. Riaccendi le sinapsi, riconnetti. Dio mio compensa, Dio mio ricompensa. Dagli il respiro, dagli un po' di fiato. Dio mio compensa, Dio mio ricompensa.
(da Postfazione, di Patrizia Valduga, in Ultimi Versi, di Giovanni Raboni, edito da Garzanti)
Con i dovuti paragoni, credo che Orfeo abbia persuaso Ade con qualcosa di molto simile. In definitiva, un libro molto piccolo (appena sessanta pagine) ma molto denso, che merita davvero d'essere letto. Buona lettura. 2006/3/10 Nello stesso acquisto natalizio in cui ho preso le Elegie Duinesi di Rilke, ho comprato una raccolta di un poeta esordiente (così recita la quarta di copertina), Andrea Temporelli, dal titolo Il Cielo di Marte. Ho cominciato a leggerla prima delle Elegie, eppure ne sto scrivendo solo adesso, e questo mi pare catturi il rapporto che ho con queste poesie: per usare una metafora farmaceutica, sono poesie a rilascio lento, hanno bisogno di sedimentare, di essere rilette dopo un po' (almeno, con me è stato così). Le poesie sono tutte di media lunghezza (una pagina e mezza), qualcuna un po' più lunga, poche più brevi, e trattano di piccole situazioni, di rapporti familiari, di epifanie domestiche; non mi dilungherò molto, mi limito a citare due strofe da due poesie, per dare un saggio del suo stile e dei suoi temi (le citazioni seguenti sono tratte da Il Cielo di Marte, di Andrea Temporelli, edito da Einaudi): Ma poi all'improvviso come se fosse sempre stata lì aspettando quel momento (da dove arrivi non importa, da una vacanza o un esilio sull'isola, da una fuga incredibile) la vedi, la tua casa, così com'è da sempre - e nuove ti sembrano le finestre, la porta, la luce che rimanda dai balconi e resti imbambolato sui tuoi piedi con le spalle piagate dai bagagli, il carico di promesse e di sbagli e anche di gioie, senza testimoni
(da Novecento)
Già qui si può vedere il registro molto naturale del poeta, e l'intreccio molto particolare di rime, per cui si sente che il verso appena letto rima, ma non si sa bene con quale altro verso (soprattutto perché usa coppie come improvviso-isola), sfuggendo al senso di cantilena eppure legando i versi tra loro. Quest'altra poesia tratta del rapporto con la terra: Però persiste il sogno e l'aratro stasera darà un brivido - oracolo di padri contadini fuggiti qui per rimanere vivi, lama discreta, muoviti! (incalza con i suoi secondi fini la voce presuntuosa), ché ho bisogno di non sentirti sola, prepara i campi per i semi nuovi, memoria abbandonata fatti astronave e vola, la migrazione è appena cominciata
(da Retorica del luogo)
Anche qui le rime si guardano da lontano, a volte seminascoste (brivido-vivi), e Temporelli inserisce tra parentesi dei commenti al testo, quasi un dialogo con sé stesso. Che dire infine? Sono poesie che vale la pena leggere, non avranno la densità concettuale di Rilke né, per restare in Italia, la nettezza di Montale o la forza di Ungaretti, ma raccontano di piccoli orizzonti con profondità, senza risultare pesanti. 2006/2/17 Questo libro, le Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke, m'è capitato in mano quasi per caso: dichiaro senza alcuna vergogna che l'ho comprato solo perché costava meno di 10 € (9,80 €, per amore di precisione), perché cercavo libri di poesie per fare regali di Natale. Poi di libri di poesie, a Natale, ne ho regalato solo uno (poesie di Pavese, bellissime), e questo, insieme ad altri, è rimasto da me, ancora sigillato. L'ho aperto spinto da un impulso improvviso sabato sera, ho cominciato a leggerlo, e ora sono qui per parlarne. Comincio col dire che mi sono molto piaciute, queste elegie, anche se mi dispiace non sapere il tedesco, visto che la prosa poetica della traduzione è molto affascinante e musicale, mi piacerebbe riuscire a capire com'è in originale. In queste elegie Rilke parla di molte cose, partendo da un senso un senso forte di sradicamento, di transitorietà e di insensatezza dell'esistenza (da ora in poi tutte le citazioni saranno tratte da Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke, edite da Einaudi e tradotte da Enrico e Igea De Portu): Gli amanti potrebbero, se sapessero come, nell'aria della notte dire meraviglie. Perché pare che tutto ci voglia nascondere. Vedi, gli alberi sono, le case che abitiamo reggono. Noi soli passiamo via da tutto, aria che si cambia. E tutto cospira a tacere di noi, un po' come si tace un'onta, forse, un po' come si tace una speranza ineffabile.
(dalla seconda elegia)
Da questa denuncia di smarrimento di sé e del proprio senso, parte un'interrogazione sul senso dell'esistenza, ma soprattutto sul senso di fare poesia. In primo luogo indaga sul senso del cantare l'amore, trovandolo, alla fine dei conti, nient'altro che un'illusione: Non gli viene da te, ahimè, né da sua madre quello spasmo d'attesa, ch'è nell'arco delle sue sopracciglia. Non al contatto di te che l'hai nel cuore, fanciulla, non al contatto di te s'è inflesso il suo labbro a espressione più feconda. Credi davvero che l'abbia scosso così il tuo apparire leggero, tu, che vai come la brezza del mattino? Certo, gli turbasti il cuore, ma turbe più antiche si scaricarono in lui all'urto di quel tocco. Richiamalo... tu non puoi richiamarlo del tutto da oscura compagnia. Certo egli vuole, egli fugge; alleviato, si abitua all'intimità del tuo cuore, e ne prende e s'incomincia.
(dalla terza elegia)
Messa da parte la poesia d'amore, Rilke prende in esame la poesia epica, la figura dell'eroe, che è però distante da noi, nel tempo, nello spazio e nella sostanza, creatura inadatta a questo mondo limitato: Non fu eroe già in te, o madre, non cominciò già là, in te, la sua imperiosa elezione? Mille fermentavano in grembo e volevano esser lui, ma vedi: lui prese e lasciò, scelse e poté. E se egli infranse colonne, fu quando irruppe dal mondo del tuo corpo, nel mondo più angusto dove ancora scelse e poté - Oh madri di eroi, fonte originaria di travolgenti fiumi! Voi forre, dove, già, lamentando, dall'alto del ciglio del cuore, si precipitaron fanciulle, future vittime al figlio. Perché l'eroe passava per le soste d'amore come passa via la tempesta, ogni tappa, ogni batter di cuore per lui, lo portava più in alto, passava, al finir dei sorrisi, già distratto altrimenti.
(dalla sesta elegia)
E alla fine, nella decima e ultima elegia, si rivolge a quello che è, forse, l'unico senso dell'esistenza, l'unica via per lasciare un segno dietro di noi. La poesia, che per unica materia non può che avere il dolore, che c'accompagna lungo tutta l'esistenza: Ch'io un giorno, uscito da intuizioni arrovellate possa mandar su, agli angeli concordi, il mio canto di giubilo e di gloria. Che i martelli del cuore battuti per squillare non fallino su corde lente, dubitanti, o che si spezzino. Che il mio volto bagnato di lacrime brilli, e il pianto che non si vede fiorisca. Oh, come mi sarete care, allora, notti dolorose. Ch'io non v'abbia accolto più genuflesso, sorelle inconsolabili, che nei vostri capelli sciolti non mi sia abbandonato più sciolto. Noi, che sprechiamo i dolori. Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano, a vedere se finiscono, forse. E sono invece la fronda del nostro inverno, il nostro sempreverde cupo uno dei tempi dell'anno segreto, ma non solo tempo, - son luogo, sede, campo, suolo, dimora.
(dalla decima elegia)
Non sono una lettura facile, queste elegie: non hanno la naturalezza della prosa né il ritmo della poesia strofica, non ci prendono per mano per accompagnarci nel loro cammino di riflessione sull'esistenza, non ci aiutano a seguirle nei passi più tortuosi; al limite ci aspettano, ma non per molto. Eppure meritano, non solo una lettura, ma due, tre o cento, fino a diventare familiari, fino a rivelare il motivo per cui la nostra vita è, a volte, così incerta e sradicata, così persa nel nulla, e ugualmente da cantare. 2006/2/7 Oggi ho finito di leggere il secondo romanzo di una giovane autrice mia concittadina: Il Viaggio di Aelin, di Egle Rizzo. Avevo già letto il suo primo romanzo, Ethlinn, la Dea Nascosta, che ha parecchi tratti in comune con questo: benché siano etichettati come fantasy, sono di fatto due libri di fantascienza, anche piuttosto atei nella loro concezione. E sono entrambi autoconclusivi, e solo per questo mi sento di raccomandarla a tutti i lettori di fantasy stufi delle trilogie. Ma veniamo alla storia: una ragazza scrive un romanzo, e via via lo legge a un amico, commentandolo con lui; a un tratto la scrittrice finisce nel mondo da lei stessa inventato (ma l'ha davvero inventato lei?). Questo romanzo è uno strano esperimento: da un lato l'autrice ripropone lo stesso scontro tra sacerdoti e maghi (essenzialmente fede e scienza: i maghi di Rizzo sono robustamente positivisti), scontro che viene superato quando un'aggressione esterna costringe a unire le forze, che aveva animato il primo libro, dall'altro ci propone una riflessione sul fantasy in particolare, e su tutte le storie inventate. La frase più ripetuta dall'io narrante (e successivamente da diversi personaggi, quando vengono fuori le origini della scrittrice) è: "se questo fosse un romanzo..." A me la cosa non ha dato molto fastidio, ma forse è un po' troppo insistita. La storia ha molti protagonisti, che si aggregano al gruppo iniziale a mano a mano che le vicende allargano il loro raggio d'azione, dalla congrega dei maghi, alla nazione, al mondo e oltre. Allo stesso modo il romanzo finisce almeno due volte: non vorrei tirare in ballo paragoni insensati, ma è un po' come Il Signore degli Anelli, che per certi versi finisce quando l'Unico Anello viene distrutto, ma che prosegue per chiudere tutte le vicende aperte. Qui, comunque, la questione è diversa, perché quella che sembra la fine improvvisa di tutto è solo un allargamento dello scenario, e non c'è la sensazione che si stiano solo riannodando i fili lasciati pendenti; la storia va effettivamente avanti per altre centocinquanta pagine. Un bel libro, abbastanza originale, scritto con più sicurezza del precedente, e infatti l'autrice s'è divertita a giocare con le regole dei romanzi del genere, enumerandole mentre le confermava o le smentiva. Da leggere.
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